Post interlocutorio rispetto a molte cose in corso d’opera attorno al tema Open Data, che trovo corretto inserire per passare un po’ dal globale dei dati utili ad una riflessione assai locale, nella quale sono stato invitato da vecchi amici.
Perchè per comprendere meglio le dinamiche globali e nazionali che andranno supportate dal movimento Open Data italiano in crescita, capire le necessità locali nel medesimo contesto riesce a dare uno sguardo ben più equilibrato su tutto l’insieme.

Gli amici dell’associazione di Castelfranco Veneto Fram_menti, formata da architetti interessati a dinamiche di riscoperta e di partecipazione collettiva per la creazione di valore condiviso nel territorio, mi hanno invitato a riflettere su una nuova sinergia di civic hacking possibile con alcuni comuni qui della zona e poi potenzialmente con l’intera Regione Veneto. Vediamo di cosa si occupano intanto questi architetti:
-> Fram_menti

Fram_menti nasce dalle competenze di giovani architetti, ingegneri e urbanisti, intenzionati a tradurre esperienze accademiche e lavorative all’interno di progettualità che sappiano essere sostanzialmente innovative e competitive nel panorama territoriale contemporaneo.

Architettura sostenibile e progettazione partecipata sono due concetti chiave che guidano l’attività del gruppo, puntando sull’eccellenza dei risultati e sulla comunicabilità degli stessi a tutti i portatori d’interesse.

Nei comuni limitrofi a Castelfranco Veneto, in particolare quelli di Castello di Godego e di Loria, sono in atto alcuni progetti di progettazione urbana partecipata, per coinvolgere i giovani nel dare il proprio contributo a trasformare il proprio territorio in un ecosistema che tenga in considerazione le esigenze di tutti le parti in gioco. Per ora come processo dal vivo, senza grossi interventi del mondo collaborativo del Web2.0 e della realtà aumentata che sta arrivando con l’ Internet delle cose. Perchè questo nuovo reale necessita di un design complessivo di nuova concezione. Se ne era parlato parzialmente ed incidentalmente al VeneziaCamp di ottobre 2009, dove avevo portato questa presentazione all’interno del talk collettivo Civicità:

Ma torniamo al tema del post: i collegamenti tra l’urbanistica partecipata ed il mondo del Web2.0 e quello degli Open Data, per iniziare a stimolare anche una discussione su tali temi.

Urbanistica partecipata: cosa ho visto

Intanto vediamo cos’è questa cosa dell’urbanistica partecipata, partendo da Wikipedia:

L’urbanistica partecipata è una modalità di redazione di piani e progetti che assegna un rilevante valore alle proposte che emergono dal basso, espresse da cittadini in forma libera o associata e da portatori di interessi locali (stakeholders).

La complessità dei sistemi sociali ha accentuato l’interdipendenza degli attori del territorio e indebolito la rappresentatività di partiti e organizzazioni sindacali mentre si sono rafforzate le forme dirette di rappresentanza sociale come comitati di quartiere, movimenti ambientalisti, gruppi di consumatori, movimenti giovanili, organizzazioni non governative, produttori del terzo settore ed altri che perseguono obiettivi specifici e settoriali .

L’urbanistica partecipata implica che le istituzioni locali si orientino verso un nuovo concetto di governo del territorio che miri a coinvolgerne tutti gli attori (governance) seguendo un modello di sistema aperto, adattivo e reversibile. Alle sedi tradizionali degli eletti quali consigli comunali, regionali, circoscrizionali, si possono affiancare sedi formali ed informali di confronto e orientamento come tavoli sociali, laboratori di quartiere, cabine di regia, piani strategici, che hanno lo scopo di mettere a confronto interessi territoriali in forma diretta, delegando successivamente alla democrazia rappresentativa il compito di recepire o respingere le indicazioni assunte (metodo bottom up).

Una cosa complessa ma importante quindi per valutare tutta una serie di dinamiche con tutti gli attori in gioco, ben prima che il Web2.0 fosse arrivato agli onori delle cronache. Importante dirlo perchè nulla nasce da solo, come le dinamiche di collaborazione e di creazione di valore condiviso che sono sempre esistite, pur senza la dimensione tecnologica del Web. La differenza è che oggi tali dinamiche sono enormemente più potenti, e pervasive se supportate da uno scenario corretto, e soprattutto da una contaminazione delle professionalità abilitanti come quelle degli architetti e quelle di chi conosce e vive le dinamiche dell’economia della condivisione tipiche del mondo Internet…

Nel corso del workshop del sabato mattina, il flusso di lavoro è stato questo:

Un flusso di lavoro tutto a mano, con strumenti analogici qualcuno direbbe, ma di valore.

Uno dei limiti del metodo sicuramente la numerosità del campione dei cittadini che si è potuto raccogliere: solo 3 cittadini hanno potuto mostrare il flusso dei propri spostamenti reali, creando anche una sintesi significativa di tali spostamenti. E quindi togliendo le eccezioni, che potrebbero non essere scontate.
La tecnologia in questo caso potrebbe dare una mano molto forte, in effetti.
Vediamo come, a livello di aggregazione del flusso del campione, del flusso delle idee dal cittadino quindi.

Crowdsourcing applicato al senso civico: Fixmystreet e l’esempio italiano ePart

Nella serata in cui sono mancato, quella del venerdì 10 settembre, hanno citato ampiamente il progetto Fixmystreet americano quale esempio da seguire e quale forma di supporto a disposizione della cittadinanza.
Il tema è comunque ben più ampio, e ben rappresentato da questa sintesi, che trovo caschi a pennello:

Come giustamente segnalato da Gigi Cogo, anche in Italia è partito un progetto simile per molti versi a Fixmystreet, che sto guardando in profondità:
-> ePart - Il portale dei cittadini che partecipano

Gigi aveva usato queste parole per introdurlo:

Il tema è quello della gestione partecipata degli ambienti urbani, che ho trattato diverse volte e che continuo a ritenere il cavallo di troia per una corretta applicazione del governo partecipato della cosa pubblica.

Nell’articolo su Nova mi ero sbilanciato a favore di iniziative ibride che potessero avvalersi della forza propulsiva e delle dinamiche del social web ma che si basassero su una governance pubblica, preferibilmente comunale. Dell’esempio di Iris ho parlato spesso e ho argomentato sulla sua aderenza parziale ai paradigmi che hanno dettato il successo di Fixmystreet e di altri sistemi di civic hacking.

Il servizio ePart, venduto a quanto pare come servizio tecnologico a supporto dei comuni che non sono in grado di dotarsi di piattaforme di questo tipo, si sintetizza così in effetti:

ePart è la soluzione web per la gestione partecipativa degli ambienti urbani, che consente ai cittadini di interagire con l’amministrazione pubblica segnalando disagi e disservizi presenti sul territorio.

A me interessa capire per iniziare il discorso licensing di un dato aggregato che dovrebbe essere pubblico, quello del feedback collettivo di una cittadinanza:

  • i dati aggregati che il Comune riesce a gestire attraverso il pagamento del servizio sono dati del cittadino, non di un’azienda privata, quindi dovrebbero essere resi disponibili in formato RAW per agevolare usi creativi d’uso del servizio stesso. A livello di licensing dei dati si potrebbe vedere anche questo, ma anche al riguardo delle piattaforme: Civic Commons Wiki

Cosa serve però prima di tutto questo?

Formazione, formazione, formazione senza la classica demonizzazione dello strumento e del luogo della Rete. Per contaminarsi tra esperienze e professioni, per facilitare quel caos ordinato che rappresenta il tessuto umano di qualunque agglomerato urbano.
Per andare oltre, per vivere e creare un ecosistema migliore di quello attuale.

Meno populismo nella politica perchè i cittadini saprebbero i limiti di azione del, ad esempio, spostare una scuola dal centro per fare un centro polifunzionale con delle conseguenze inattese.
La politica potrebbe strumentalizzare molto meno il proprio operato, soprattutto a livello locale, perchè aumenta anche la trasparenza globale del processo in atto ed i suoi risultati. Qualcuno direbbe che aumenta anche il lavoro per potenziali giornalisti Data Driven, per il fact-checking.
-> FactCheck.it - Chi salva un fatto salva la verità intera

Questo è quindi solo l’inizio della realtà aumentata: un processo di interrelazione tra tecnologia, società e abitudini di creazione di valore che andranno sempre più di pari passo con quella rivoluzione copernicana che prende il nome di Internet delle cose.
Che non è altro che l’integrazione totale della Rete con la nostra dimensione della realtà fisica: non saremmo più in grado di capire quando si usa la Rete, perchè la useremo sempre, si spera non solo nella modalità attuale, tra l’altro.

Riflessioni aperte, tra Open Data e processi storici forse non scontati

Tante cose sarebbero da dire, ne elenco qualcuna ma questo è solo l’inizio:

  • dati geolocali: il locale è meno aggiornato del globale. Le cartografie a disposizione del Comune che si vedono anche nelle immagini sono del 2006. Se pensiamo a Google Maps per dire sono del 2010. Se vediamo magari quelle di Open Street Map sarebbe interessante vedere quanto e come vengono aggiornate. Ma non sono dati del cittadino e dello Stato, o sbaglio? *decentralizzazione dei sistemi di tracciamento delle nostre abitudini. Per un Comune tracciare o fornire infrastrutture per aumentare la tracciabilità degli spostamenti viari di traffico delle persone sarebbe un costo mica piccolo, e tra l’altro sarebbe un reinventare inutilmente la ruota. Noi siamo sempre più sensori, attraverso ad esempio gli smart phones evoluti integrati con il GPS ( per chi ha l’N900 c’è una bella app in effetti ). Promuovere degli eventi di monitoraggio e di raccolta online dei dati delle nostre abitidini di spostamento quanto costerebbe? E quanto sarebbe utile? E quanto durerebbe nel tempo della cittadina? Quanto sarebbe utile alle amministrazioni che si susseguerebbero, senza sprecare le risorse iniziate con la legislazione precedente? Se invece usassimo l’essere sempre più sensori intelligenti, ed etici perchè consapevoli del proprio territorio, assieme al fatto che usare i nostri investimenti negli smarphones fa cadere i costi di infrastruttura per l’istituzione comunale? Con agevolazioni a costo nullo da parte degli operatori di telefonia, perchè rientrerebbe nello svolgimento delle piene potenzialità del ruolo di cittadino per quelle segnalazioni… idee troppo balzane queste? forse sì e forse no…
  • oltre a sistemi di monitoraggio dal basso, integrazioni con gli Open Data locali faciliterebbero i decision makers a rendersi conto di determinate cose, e pure la popolazione. Il controllo dei fatti e delle scelte politiche nel locale sarebbe assai più semplice e sotto una rendicontazione costante e facilitata dalla tecnologia. Qualcosa avevo accennato nel post di Gigi Cogo in effetti rispetto alla creazione di un bene pubblico collettivo, un commons di conoscenza dal quale creare servizi, integrazioni e visualizzazioni della nostra realtà. Ma di questo tornerò a parlare, intanto una delle fonti più interessanti al riguardo credo si a questa: WeKnowIt. Tipo l’integrazione in tempo reale degli indicatori ambientali dell’ARPA con i flussi di traffico, abbinati con lo storico del passaggio recente verso maggiori e più agevoli piste ciclabili… Per tornare però a WeKnosIT, ecco un estratto:

The main objective of WeKnowIt is to develop novel techniques for exploiting multiple layers of intelligence from user-contributed content, which together constitute Collective Intelligence, a form of intelligence that emerges from the collaboration and competition among many individuals, and that seemingly has a mind of its own.

To this end, input from various sources is analysed and combined: from digital content items and contextual information (Media Intelligence), massive user feedback (Mass Intelligence), and users social interaction (Social Intelligence) so as to benefit end-users (Personal Intelligence) and organisations (Organisational Intelligence).

The automatic generation of Collective Intelligence constitutes a departure from traditional methods for information sharing, since for example, semantic analysis has to fuse information from both the content itself and the social context, while at the same time the social dynamics have to be taken into account. Such intelligence provides added-value to the available content and renders existing procedures and workflows more efficient.

Alla fine una delle considerazioni che ha fatto l’amico architetto Michele Sbrissa mi ha colpito: sulla natura e l’andamento dei nostri spostamenti tipici degli ultimi 30 anni. Prima il flusso di lavoro era assai vicino al proprio territorio e nel tempo libero ci si spostava e andava lontano. Oggi tendenzialmente avviene il contrario: si lavora assai fuori dal proprio territorio e poi nel tempo libero si organizza localmente anche ripensando il proprio territorio. Non è una cosa da poco, almeno per il sottoscritto.
E nemmeno la dimensione culturale sottesa all’idea di spostamento: l’assessore ad esempio ha fatto emergere che gli adulti non contemplano facilmente l’uso di muoversi a piedi per i propri spostamenti.

Elementi che avvicinano molto il globale degli standard Web, e quelli del Web of Data e del Semantic Web che abilitano il livello degli Open Data, che però possono fare molto, davvero molto a partire dal proprio livello locale.

Insomma, per dire: che devo sincronizzarmi anche con il progetto delle Reti Glocali promosso da Enrico Alletto, perchè le basi e la maturità delle iniziative italiane che stanno nascendo non ci pongono per nulla indietro al resto del mondo, basta solo sostenerle e discuterne tutti assieme, assieme anche ai Distretti di Economia Solidale, che potrebbero trarre enorme vantaggio nel supportare anche tali sinergie .) Assieme al rafforzamento con la nostra realtà veneta Ecosistema2.0.