Sembra strano, ma questo blog a febbraio 2015 ha compiuto ben dieci anni. Un luogo dove ho fermato su “carta“ e condiviso alcuni dei miei pensieri, molti appunti e molte riflessioni che rileggere oggi fa pensare, ma che nello stesso tempo, aiuta a crescere.

Negli ultimi anni le vicende della vita hanno messo nel mio flusso quotidiano altre priorità, e gli strumenti che la Rete ha partorito in questi anni sono aumentati enormemente. Alcune delle cose che ieri si pubblicavano nei blog, oggi sono storie e frammenti sparsi per gli n social network che usiamo tutti quanti.
Voler recuperare il proprio lifestream distribuito, anche solo come modo di archivio del proprio io non è banale, e di certo non è semplice.
Specie cercando un equilibrio migliore del “donare” i propri pensieri ed i propri dati SOLO agli n intermediari della Rete che esistono oggi.

Sapendo che domani potrebbero sparire, cambiare e diventare altro, chissà.

Sono capitato per serendipity in un post di oltre un anno fa di Luca De Biase, che segnalava l’importanza di riflettere e di rimettere nella giusta collocazione il mezzo blog, in senso lato.

I blog, nel flusso dei social network, si sono riposizionati. Hanno assunto un ruolo più vicino alla riflessione e all’approfondimento. E mantengono altre qualità. Per esempio funzionano di solito su piattaforme che non sono troppo ingombranti dal punto di vista dell’influenza sui comportamenti e possono svilupparsi contando spesso su piattaforme aperte. Il loro recupero di importanza potrebbe avvenire proprio in connessione con due problemi che si pongono: il primo è il bisogno di qualità, il secondo è il bisogno di apertura delle piattaforme. Ma occorre riprendere consapevolezza di un punto chiave: i blog sono rilevanti se si citano, se si comportano come un sistema che collabora, se si dichiarano reciprocamente rilevanti.

C’è un elemento infrastrutturale che aveva creato il valore aggiunto della citazione in quegli anni di espansione della blogosfera: quell’elemento chiamato “pingback”(Pingback su Wikipedia). Ovvero la capacità di far emergere esplicitamente la citazione all’indietro verso una pagina Web.
Se aggiungevo nel contenuto di un blog post un link ad un’articolo scritto con una piattaforma che implementava lo standard “pingback” (Wordpress, ad esempio) generavo un ping verso quel link, che veniva interpretato automaticamente dalla piattaforma software di blogging, che a sua volta generava un commento automatico di connessione all’indietro (il back). Ed entrambi questi link venivano inseriti esplicitamente nelle due pagine Web, creando una connessione permanente.

Questo link che faceva da fonte verso un altro è sempre stato visibile attraverso i sistemi di statistiche disponibili agli amministratori/detentori dei siti e dei blog ( da Google Analytics, a Shinystat, a tutti quei sistemi basati sui logs lato server… ) con il nome di Referrer.
L’effetto dirompente generato a suo tempo dal pingback, è la condivisione verso terzi di questi referrer, e la loro esplicitazione visibile ed utilizzabile dai motori di ricerca, nonchè agli altri utenti della Rete, che vedevano e quindi potevano seguire le connessioni tra quelle riflessioni. Seguivano la discussione tra diversi blog.
A volte era scomodo, ma la parte abitata della Rete di quegli anni creava valore così.

A livello SEO, ovvero di visibilità sui motori di ricerca, era diventanto talmente trainante questo effetto, che nel tempo è stato perfino oggetto di penalizzazione, e quindi ha perso importanza. E’ anche vero che poi il sistema di commenti in tempo reale tipico della vecchia FriendFeed, ed oggi onnipresente su Facebook e su altri social newtork, ha reso il commento condiviso e strutturato da blog a blog una cosa molto meno utile.
Specie quando non diventa articolato, con citazioni da altre fonti.

Webmention

Nell’approfondire cosa fosse successo al pingback, sono capitato nell’iniziativa WebMention.io che sembra uno spunto notevole sul tema.
Webmention.io permette ed abilita l’idea del pingback usando tecnologie Web maggiormente recenti e permette di aggiungere questa funzionalità a siti statici (come quelli realizzati con Jekyll, ad esempio):

This project is an implementation of the Webmention and Pingback protocols. It allows the receiving service to be run separately from the blogging software or website environment, making it easier to manage and integrate with other services.

Non è nemmeno un caso che sia un’idea nata a valle di Indieweb, a dire la verità.
Il vero elemento che abilita la blogosfera come un unico mezzo è la capacità di far emergere interessi comuni, linkandoli, e quindi dando loro un peso maggiore.
Una semantica esplicitata in quel grafo risultante alla base di progetti collettivi come quello dei tags di Technorati, oppure alla vecchia gloria italiana Blogbabel.
Tutti strumenti che aiutano a dare una struttura ed un’interfaccia alla granularità del singolo nodo, ovvero del singolo blog.

I blog nella velocità e nella lotta dell’attenzione sono delle isole ben piazzate nella Rete, che danno maggior memoria rispetto al classico mondo dei Social Media.
Ci sono sicuramente meno intermediari che possono sparire nel tempo, tanto per dire.

Per tornare a Luca De Biase, è sempre una questione di valore e libertà per tutto l’ecosistema informativo. Serve pensarci.
Anche perchè anche l’investimento di tempo nella gestione di quel “personal brand di ognuno di noi” non è banale e va difeso. Sul mondo giornalistico è ancora più palese, come ci ricorda Giuseppe Granieri:

Oggi tutti aprono un blog per ragioni di personal branding. Soprattutto per il giornalismo, non quello dell’Ordine, quello vero. Per citare Mario (che riduco a Boskov), «giornalista è chi giornalismo fa». Poi ci sono le ragioni del brand journalism, eccetera.

Ma, alla fine, conta la logica che sostengo da sempre. Seguiremo sempre più la firma autoriale che non le testate o i «pacchetti», come il giornale (prendiamone atto, il giornale é finito, come concetto prima che come prodotto). Su questo, come dico da anni, sono confortato dal pezzo di Katie Mccaskey che sostiene che «iscriversi ai giornalisti, e non alle testate o ai media industriali sarà il nuovo “normale”»

Semplici appunti, per ora, pezzi di un puzzle in corso d’opera.
Verso un primo passo di realizzazione di ulteriori sperimentazioni: se noi siamo nodi maggiormente permanenti della Rete, con i nostri blog, perchè non diventare maggiormente coscienti ed abilitare una forma più diretta di “Intention Economy”, grazie anche ad un maggior utilizzo dei dati strutturati?
-> Introducing the Indie Dash Button! #indieweb #vrm

This model for commerce - commonly referred to as Vendor Relationship Management, or VRM - turns traditional advertising on its head, and removes the need for complicated targeting technology. Customers readily identify themselves, creating more valuable sales channels where guesswork is all but eliminated.

Additionally, the use of indieweb technologies like webmention and microformats here removes the need for complex or proprietary identity technology. The customer can use the platform of their choice, without the risk of a single vendor locking stakeholders into a single service and impeding commerce and innovation over time.

The customer says they need to buy something; vendors respond with their best offer; money is made, products are sold, and everyone walks away happy, with almost no friction.

Sta nascenda qualcosa di molto interessante.
Web of Needs

L’ideale è seguire che accade, non perdendoci le nostra identità aumentate in giro per la Rete.

Per non perdersi