Alla domanda del titolo non esiste una risposta condivisa: è sufficiente dare un’occhiata alla pagina “Civic technology“ nella versione inglese di Wikipedia, ma anche di quanto lavoro serva a quella in italiano “Tecnologia civica“. Cominciare a parlare di civic hacking e civic tech può essere il primo passo (in futuro, mi piacerebbe lavorare in prima persona per migliorare le pagine dell’enciclopedia libera. Mi piace immaginarlo come fosse un compito per casa, già segnato nel diario).

Lavorando al libro, avendo partecipato come tutor alla seconda edizione della Scuola di Tecnologie Civiche e grazie alle discussioni con Erika - e con altri appassionati del tema - sono arrivato a considerare alcune differenze tra civic hacking e civic tech:


CIVIC HACKINGCIVIC TECH
fuori dagli schemi, inatteso, scomodoa sistema, parte del mercato
attivismo e/o volontariatoprofessione/lavoro
sforzo individuale e/o di un gruppo ristrettoazione sostenibile nel tempo, progettata sia nelle risorse che economicamente
focus: il problema da risolvere, sentito prima di tutto a livello personalefocus: adattare una tecnologia per risolvere n problemi simili

Il civic hacking nasce dal basso, non sempre si pone questioni economiche (almeno nella fase iniziale) ed è frutto di sforzi volontari. Nel fare propria l’attitudine hacker, non è detto sia necessaria una relazione con le istituzioni, almeno in generale. Fare civic hacking significa (anche) occuparsi di tecnologia, ma non è mai l’obiettivo principale.
Il civic tech, invece, è molto più concentrato sulle tecnologie e su come esse possano aiutare i cittadini a relazionarsi con le istituzioni. A livello internazionale, il civic tech è - spesso - in mano ad uno dei giganti della tecnologia che propone l’uso di una propria tecnologia a scopi civici (ne è un esempio il movimento intorno alle smart cities, almeno per come è stato percepito in Italia). Da questo punto di vista, è una dimensione molto vicina al gov tech: ci si focalizza sugli strumenti (spesso tecnologici) e sull’efficienza nell’amministrazione. Se il gov tech si concentra sul lato istituzionale, il civic tech ha un animo votato all’aiutare i cittadini.

Tornando al civic hacking, una delle prime volte che il termine è stato usato è stata nel giugno 2003 in un articolo pubblicato nel sito opendemocracy.net:

Marshal McLuhan’s dictum was: “The medium is the message”. At base, this means that certain media, or mediums, are good at doing different things. The internet is peculiarly effective at connecting groups of people together. In fact, this is what it does best.

So, a sensible strategy would start on this principle. But the people it should be connecting are not citizens and parliamentarians, or voters and civil servants. It should be connecting ordinary people with other ordinary people. And there should be applications that help these people to help each other. A programme supporting civic hacking can do this.

This should become the ethic of e-democracy: mutual-aid and self-help among citizens, helping to overcome civic problems. It would encourage a market in application development. It would encourage self-reliance, or community-reliance, rather than reliance on the state.

Io ho la netta sensazione che questa interpretazione sia mancata nel dibattito di questi anni sul ruolo del civic hacking, specie nel panorama italiano dove spesso il civic hacking si è trasformato in un altro modo di lavorare gratis per la cosa pubblica.

Il civic hacking può essere l’inizio di qualcosa, uno sforzo che sfocia in un prototipo civico: in alcuni casi, il prototipo evolve e si trasforma, diventa sostenibile - anche economicamente - e passa allo stadio di ‘civic tech’.

Tutta la vita dei progetti di civic hacking, anche nella loro trasformazione in civic tech, hanno bisogno di una cosa fondamentale per assolvere al loro obiettivo civico: la visione dell’amministrazione pubblica come piattaforma (il famoso ‘government as a platform’). Una piattaforma dove la società civile possa creare e progettare quello che più desidera. Nel caso più estremo di civic hacking, le persone e le comunità risolvono autonomamente i problemi civici che ritengono fondamentali , muovendosi all’interno di una piattaforma abilitante e non paternalistica. In caso contrario, i prototipi nati da azioni di civic hacking non possono avere nessun impatto concreto.

#CivicHackingIT: cosa abbiamo detto sul civic hacking e sul civic tech negli scorsi mesi

Nell’analisi sulla diffusione del termine ‘civic hacking’ che ho pubblicato a settembre avevo anticipato la necessità di riflettere sul legame tra civic tech e civic hacking. Nella seconda parte di quel post, c’è lo spunto dal quale partire:

“Nell’agosto del 2015 Mark Headd, ex Chief Data Officer di Philadelphia ed oggi Innovation Specialist all’interno della mitica 18F, ha scritto un approfondimento dal titolo ‘The civic hacker hacked’. Headd pone l’attenzione su quello che definisce la ‘gentrificazione dello spirito hacking’ all’interno del movimento civic hacking negli Stati Uniti, ponendosi delle domande aperte. […] contestualizza il civic hacking come una forma contemporanea di volontariato e di attivismo civico, al pari di potenziale bacino di partenza per l’assunzione di nuove persone ben motivate all’interno dell’apparato governativo”.

Il civic hacking è una forma contemporanea di volontariato e attivismo civico.

Nella newsletter di #CivicHackingIT che abbiamo inviato sabato 18 novembre (http://bit.ly/CivicTech-CivicHacking), abbiamo approfondito la dimensione ‘civic tech’, per la nuova edizione della scuola di tecnologie civiche. Erika ha introdotto il ‘civic tech’ in questo modo:

“Cosa succede quando il civic hacking diventa permanente? Abbiamo rotto gli schemi, trovato soluzioni creative e cambiato le cose. E adesso?
Una delle risposte è il civic tech - o tecnologie civiche. Usando una definizione piuttosto ampia, si tratta di tecnologie che potenziano la relazione tra cittadini, istituzioni e imprese, con il fine ultimo di migliorare la società. Uno strumento di partecipazione? Non proprio. O meglio, non solo. Relazione non significa solo processi partecipativi, significa essere parte del processo decisionale. Significa anche essere in grado di abilitare servizi migliori, lavorando assieme (come attivisti, amministratori, cittadini, imprenditori e chi più ne ha, più ne metta). Tenere a mente che lavoriamo tutti per far andare avanti la stessa baracca è fondamentale ;).”

In quella newsletter abbiamo inserito anche un paio di approfondimenti che fanno emergere alcuni elementi importanti:

  1. il termine “hacking” è scomodo e viene spesso frainteso, anche se addolcito dalla parola ‘civic’. Quindi, serve dare maggior credibilità al ruolo e all’impatto del civic hacking nella società e come potenziale economico, usare ‘civic tech’ aiuta ad evitare incomprensioni negli interlocutori;
  2. le risorse economiche e la professionalità sono condizioni necessarie per parlare di civic tech, specie quando si cerca di creare un ecosistema sostenibile, che, secondo l’esperienza di Jason Hibbets, si può riassumere in una sorta di “aggregazione di iniziative diverse, complementari per loro natura; sinergia virtuosa con il mondo aziendale; connessione al mondo dell’openness; ecosistema di attori e iniziative ben connesse al territorio”.

Il civic tech è un settore di mercato a livello internazionale

Fabio Malagnino (tra i relatori della scuola di tecnologie civiche), parla in questo modo di civic tech:

Civic e Gov Tech continuano ad essere temi caldi quando si parla di modi per migliorare il governo e la governance delle istituzioni. Tuttavia una definizione esaustiva di tecnologie civiche è ancora un processo in via di realizzazione. Per quanto riguarda il rapporto con le istituzioni, possiamo intenderla come un insieme di tecnologie che consentono una maggiore partecipazione alla vita pubblica o che assistono i governi nella fornitura di servizi ai cittadini per rafforzarne i legami.

Alcuni usano l’espressione “civic tech” come un termine onnicomprensivo per spiegare tutte le soluzioni legate al settore pubblico e alla vita civile, ma sicuramente la dimensione legata al rapporto con il governo è quella più adeguata.
Civic tech sono anche le tecnologie abilitanti che permettono al pubblico di mettere a disposizione i propri talenti. Hackathon, contest, sono momenti di scambio e confronto dove, grazie alle tecnologie civiche, il cittadino può contribuire al miglioramento delle politiche pubbliche.

Il punto di vista è focalizzato sulle persone e sulle tecnologie, ma la dimensione della politica pubblica è assolutamente rilevante. Fabio si ispira al contesto internazionale, dove la dimensione del civic tech è diventata rilevante, un vero e proprio settore di mercato. Lawrence Grodeska (founder della piattaforma CivicMakers) ha raccontato alcuni passaggi di questa evoluzione nel post: “#CivicTech Primer: What is “civic tech?”, che cita il famoso report del 2013 prodotto dalla Knight Foundation, dove si trova anche la rappresentazione qui sotto.


La dimensione del civic tech secondo il report del 2013 della Knight Foundation


Il giro d’affari aumenta di anno in anno, specie nel mercato statunitense, ma esiste anche un’etica civica ben precisa. L’interpretazione sull’evoluzione del civic tech di Grodeska è interessante, vale la pena leggerla tutta. Ne cito un estratto:

Civic tech has its roots in government technology, a movement jump started by Tim O’Reilly’s formative Government 2.0 call to action in 2009. Decrying the “vending machine” model for government in which citizens put in our taxes and get services in return, he argued that we instead need an interoperable, extensible platform for government upon which anyone can build services that increase transparency, efficiency and participation.

[…] I view civic tech as a new “big tent” movement for democracy that encapsulates many smaller segments, such as gov tech, online campaigning, digital advocacy, and voting tech. […] With software continually devouring so much of our lives, I see civic tech as an opportunity to embed “we” at the center of our technology. In civic tech, technology is always the means to an end, not the end itself.

Per dare un’idea della dimensione lavorativa associata al civic tech, è utile citare un approfondimento pubblicato nell’agosto 2017 in merito alle fellowship proposte da diverse realtà del civic tech, dove si trova questo riepilogo:
Fellowship proposte nel 2017
Le posizioni che non prevedono uno stipendio sono un’assoluta minoranza.


Il civic tech sta perdendo la dimensione di civic hacking?

Osservando questi materiali, si nota che il civic hacking fa poco la sua comparsa, in molti casi non si cita proprio per nulla. C’è un motivo di fondo: il report del 2013 realizzato dalla Knight Foundation si focalizza soltanto nella mappatura di tutte le realtà con una dimensione economica. Ma forse c’è anche un altro motivo: il civic hacking spesso lavora ai margini, non sempre è sostenibile (non si pone questo problema nella sua genesi) e di solito non ha budget, si tratta di qualcosa di totalmente volontario. Idealmente, è lo spunto iniziale di progetti che, successivamente, riescono a trovare una dimensione nel settore del civic tech, almeno per quanto riguarda il panorama internazionale.

A questo punto, in Italia esiste il settore del civic tech? Se dovessi rispondere così, su due piedi, non mi sembra. Esistono alcuni attori che fanno civic tech, ma non un settore vero e proprio. Esiste un movimento di civic hacker che cercano di avere un impatto con i loro prototipi, ma che fanno moltissima fatica. Forse il problema da affrontare è nelle fondamenta, quelle che citavo all’inizio del post. La politica e le istituzioni pubbliche in Italia hanno davvero accettato e fatta loro la visione del ‘government as a platform’? Probabilmente no. Questo merita un altro post.

Chiudo con uno spunto dalle brigate di Code for America (la costola delle attività di Code for America che aggrega le comunità territoriali di civic hackers americani). Il blogpost, scritto da Luke Fretwell (creatore di GovPress, un tema di Wordpress pensato specificatamente per le istituzioni pubbliche) in occasione della riflessione sul modello di business per la sostenibilità delle brigate stesse, si intitola “Hacking civic hacking”. Anche se vale la pena leggerlo tutto, ne cito solo alcune parti:

I know I’m simplifying this, but it’s not clear to me why civic hacking needs a substantive financial model. In many ways, it appears to be an impediment to grassroots growth.
What’s happening with the Brigades is important context for civic hacking as a grassroots movement, because the movement itself should retrospect and re-consider its role in the civic technology ecosystem.

By re-thinking its purpose in the context of a structured organization and defining success metrics, Brigade and those who identify as civic hackers may change their expectations on whether heavy funding in the traditional sense at this phase of the civic innovation pipeline is necessary.

[…]

The original objectives around civic hacking — opening data, increasing public sector use of open source and showing government how it can leverage both to expedite technology innovation — have all been adopted to varying degrees. This doesn’t mean there is no longer a need for civic hacking. It just means that those who closely identify as such need to re-imagine, find new relevance and recognize scalable impact and more exits are a role it can help foster.
There’s no question civic hacking is a critical component to the civic technology innovation ecosystem, but altruism, passion and self-motivation are requisites for entry, and you shouldn’t need funding for that.




L’immagine della cover del post è una foto scattata da Jonny Goldstein e tratta da Flickr, distribuita con licenza CC BY.