Sabato c’è stato un simposio a Pordenone sul tema Smart Cities e partecipazione: l’evento si inserisce all’interno della roadmap di Pordenone Facile, un cammino di consapevolezza unico nel suo genere.
Merita attenzione ( non solo perchè viene seguito anche da amici come Sergio o Alberto, o ancora Gigi, tanto per dirne un po’… per non parlare poi di Luca De Biase ).

Le slide di presentazione del percorso:

Appunti su PordenoneFacile, Smart Cities e OpenGov

Per prendere appunti visto che non ero presente all’evento, ho pubblicato uno storify della sessione mattutina, aggiungendo dei link all’inizio di riflessione su alcune domande aggiuntive, che si trovano dopo la sintesi, un po’ alla rinfusa, ma utili per porre sul piatto questioni collegate.

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  • Smart vs Open, di chi è la città? Il tema delle Smart Cities è combattuto: altri lo chiamano Open Cities per far risaltare la dimensione dell’interoperabilità del livello di infrastruttura, per non farci dipendere da monopoli di tecnologia e di dati da pochi vendors ( la visione di qualche anno fa dei giganti IT )
  • Interoperabilità e riuso: come facilitare l’interoperabilità con le tecnologie del Linked Data applicate al livello di infrastruttura. Per gli addetti ai lavori, ma se ne parla ancora troppo poco del livello di apertura delle modalità di comunicazione M2M, ovvero machine to machine. *data as power: la questione spinosa dei detentori dei dati e della rivendita più o meno nascosta del modo in cui usiamo quei dati a terzi. Un mercato enorme, di cui si parla pochissimo.

    Il movimento che ha creato il Cluetrain Manifesto lo ha affrontato, ma è ancora una nicchia: si parla di VRM. Qualcuno ha iniziato a parlarne anche e soprattutto per le conseguenze che i silos di dati detenuti da terzi potrebbero avere, senza una reale consapevolezza di noi cittadini. Quello che in altri termini viene chiamato da Luca De Biase la città come piattaforma che abbia una visione a lungo termine, e non a breve.
    Serve parlare della dimensione del reale potere sui dati raccolti che ha la comunità. La piattaforma non sarebbe la stessa se dipendessimo da essa in una situazione di monopolio. E’ qui la vera sfida nel gestire gli interessi di breve periodo delle corporations tecnologiche. La neutralità della piattaforma deve essere difesa, attraverso standard e governance aperti e condivisi. Questa dimensione focalizza l’aspetto dell’intenzione che guida le nostre scelte, e non viceversa ( Intention Economy ) Un quadro relativamente completo sul tema è sintetizzato in questa presentazione:

  • data as conversation: la conversazione dovrebbe essere inserita by default all’interno anche del livello degli Open Data: ci serve come step culturale nella comprensione del nostro ecosistema locale. Open Data non solo come tecnologia o pratica, ma anche come conversazione vera e propria. Per non renderci vittime del populismo o di demagogie sui dati, e per renderli oggetto di un investimento a lungo termine e non solo una moda temporanea. ( Open Data Engagement )
  • business as usual: imprese locali e business sui dati: le imprese italiane arrancano sul pezzo, per tutta una serie di motivi. Lo abbiamo visto negli ultimi anni in tutti gli eventi promossi per le filiere del riuso dei dati aperti. Le imprese di solito mancano, stranamente. Questo è un altro problema sul quale serve spingere le associazioni di categoria, probabilmente. Serve, per dirla alla Alberto Cottica, democratizzare la società dei dati, sia per il cittadino, che per l’impresa.
  • nel riprendere la metafora della città come piattaforma, o quella più ampia dell’Open Government, che vede il governo as a platform, riprendo un tema carico a Cottica, quello di piattaforme neutrali e libere che possano essere usate dalla comunità. Un tema che toccheremo con Wikitalia probabilmente. Piccole sperimentazioni io le sto testando con etucosacivedi.it, per dire.
    Se nei bandi di appalto per i servizi di urbanistica partecipata ci fossero vincoli di rilascio dei dati aperti e di collegarsi alle piattaforme cittadine esistenti non si perderebbe quel capitale sociale che ogni richiesta di partecipazione attiva locale riesce a muovere. E aumenterebbe il valore informativo a disposizione della piattaforma cittadina intesa come hub interoperabile infrastrutturale, sul quale poi creare e gestire servizi verticali. Se le associazioni creassero sistemi e piattaforme su quel bene comune, come si potrebbero inserire nella visione delle Smart Cities attuali? E’ importante prevederlo, e gestire la governance di queste potenzialità.

Tutto questo è di fondamentale importanza: stimolare la partecipazione locale, ed una maggiore sensibilità nei confronti delle istituzioni locali è l’unico modo per affrontare la complessità dell’ecosistema cittadino. E’ una questione culturale, ed esperienziale. E non si può comprare l’intelligenza delle nostre comunità, per dirla alla Ernesto Belisario.
Ma soprattutto occorre porre l’attenzione su due elementi: la cultura del bene comune, e la cultura della condivisione, prima di tutto delle modalità con cui la Rete permette una sorta di realtà aumentata.
Ovvero serve condividere e facilitare la discussione sui modi con cui usiamo la tecnologia e siamo media e intelligenza collettiva.
Servono discussioni sui pattern, sui comportamenti e sulle conseguenze che si generano in un mondo pervaso da tecnologie che non vengono interpretate per quello che realmente sono.
Generatori e filtri di senso, e di potere.
Permessi da quelle sfide tecnologiche che anche i nostri luoghi stanno affrontando: parlo dell’interoperabilità citata poco sopra soprattutto ( permessa dalla dimensione linked dei dati e dei servizi, la Linked Open Data cloud, promossa anche dal Veneto recentemente con il convegno Big Data Veneto - alcune slide su http://www.slideshare.net/Netsirv/open-data-la-road-map-del-veneto )

L’unica cosa che serve per fare questo percorso assieme è la volontà di investire tempo e risorse in questo ambito: ed il percorso di Pordenone va seguito proprio per questo.
Se si legge infatti anche il paper sulle Smart Cities pubblicato a luglio da DigitPA, ( ora in fase di rinascita come Agenzia Digitale Italiana pare ), il tema della cultura partecipativa è la base fondante della vision sulla Smart City, oggi come mai tanto di moda. Anzi, ancora di più: è l’elemento che caratterizza la sua sostenibilità. ( pag. 27 )