Prima le cose importanti: la newsletter di #CivicHackingIT si ferma qui, almeno per come l’avete conosciuta da quando è nata nel luglio 2017 (qui l’archivio).

Abbiamo capito che non era più uno sforzo sostenibile.

In questo post vi racconto i retroscena di questa decisione dal mio punto di osservazione: occhio, #CivicHackingIT è un progetto a quattro mani, quindi il mio post è una delle due facce della stessa moneta, l’altra la scoprirete leggendo anche quello di Erika.

Il progetto #CivicHackingIT non finisce, se vi fosse venuto il dubbio. Infatti,

  1. vogliamo completare il libro che stiamo scrivendo quanto prima (è stato più complesso di quello che pensavamo agli inizi, ma ci siamo quasi);
  2. non smetteremo di scrivere qualche post a tema o a lavorare su qualche traduzione, che poi inseriremo su Medium (se lo trovate più comodo, c’è anche il feed RSS a cui iscriversi e non perdere gli aggiornamenti);
  3. continueremo ad usare l’hashtag #CivicHackingIT per segnalare e aggregare contenuti rilevanti su Twitter.

Ora parliamo dei motivi dietro la chiusura della newsletter.

Una crisi che diventa opportunità

La pandemia ha cambiato un po’ le carte in tavola per tutti, è successo anche per noi. È uno dei motivi dietro ai pochi numeri inviati della newsletter nel corso del 2020 (esattamente 17, da gennaio a luglio). Pochi, se consideriamo che siamo alla quarantesima settimana dell’anno (quella dal 28/09 al 4/10).
Ancora meno se pensiamo che gli ultimi tre numeri della newsletter (maggio, giugno e luglio) sono stati una sperimentazione rispetto al solito formato settimanale. Erano numeri mensili molto più lunghi e dettagliati rispetto al format settimanale, con un numero di link più elevato. Per leggerli ci voleva più tempo, ma ci sono sembrati il modo migliore per comunicare quello che stavamo osservando nel panorama del civic hacking ai tempi della pandemia. In un certo senso, era più semplice comunicare la visione di insieme in un pezzo unico mensile rispetto a singoli temi spezzati lungo le settimane. Non so se sono davvero piaciuti a chi li ha letti: il cambiamento non era stato previsto e non lo abbiamo anticipato, ma era quello che ci sentivamo di fare.
Dopo aver lasciato le redini per qualche settimana e cambiato la struttura della newsletter, ci siamo ritrovati a ragionare sui perché dietro alle nostre comunicazioni settimanali. Così, abbiamo colto l’opportunità per riflettere sulla natura stessa della newsletter.

Da dove nasce la newsletter e che obiettivo ci eravamo posti

Nel post del luglio 2017 in cui annunciavo il progetto, la newsletter la descrivevo così:

[…] sabato 8/7 lanceremo la newsletter settimanale #CivicHackingIT. Digital Update è la nostra newsletter preferita, quella che apriamo più spesso. Per #CivicHackingIT vogliamo fare qualcosa di simile e raccogliere i link più interessanti sull’argomento civic hacking in italiano (con occasionali spunti in inglese) più alcuni aggiornamenti sul progetto del libro. Sarà un modo per condividere tutto il materiale che riterremo interessante.

Uno dei motivi principali dietro al lancio della newsletter era la consapevolezza che non si raccontava quello che accadeva in Italia attorno al civic hacking e che non ci fosse abbastanza riflessione sul tema:

[…] ci siamo resi conto che in italiano non c’è nulla che approfondisca specificatamente il tema del civic hacking, anche se in Italia ci sono molti progetti e molte storie che meritano di essere conosciute e raccontate e che sono civic hacking per davvero. Raccontarle potrebbe stimolare una riflessione collettiva, specie per farle diventare delle buone pratiche.

C’è un non detto in quel post del 2017: avevo convinto Erika che sarebbe stato bello iniziare a condividere idee e spunti nella fase di scrittura del libro grazie alla newsletter. L’entusiasmo del sottoscritto aveva travolto qualsiasi riflessione sulla pianificazione e sui tempi di gestione di un progetto simile. Ora ve lo posso dire: se volete scrivere un libro, non è il caso di far partire un progetto editoriale come una newsletter settimanale non appena avete soltanto deciso l’indice del libro, ma senza averlo realmente scritto. Soprattutto se volete continuare ad avere una vita :-). Troppe cose su cui lavorare in contemporanea nello stesso momento, ancora di più se nel lavoro quotidiano dovete fare altro.
In ogni caso, Erika ed io ci siamo messi al lavoro e siamo riusciti a gestire una newsletter settimanale per tre anni. Chi l’avrebbe mai detto?
Se volete vedere come ci siamo organizzati nel gestirla, Erika l’aveva sintetizzato benissimo in questo post, il quarto della serie dove raccontavamo la gestione del progetto.
Pensavamo alla newsletter come una forma di ingaggio con il pubblico interessato a scoprire più cose sul civic hacking, era un modo per mantenere la conversazione tra noi due aperta anche a chi volesse dirci qualcosa su quello a cui stava lavorando, mentre noi proseguivamo con la stesura del libro. La newsletter, nella forma in cui l’abbiamo pensata, è sempre stata qualcosa con un inizio ed una fine ben precise.

Il viaggio è importante almeno quanto la meta, forse di più

La fase di scrittura del libro e del lavoro di questa newsletter doveva vedere la conclusione diverso tempo fa, almeno rispetto a quello che pensavamo agli inizi del progetto. L’aver allungato così tanto le tempistiche iniziali ha avuto delle conseguenze importanti. Una è il cambiamento del contesto sociale e l’altra è la doverosa riflessione sulla sostenibilità di un simile progetto.

1. Il contesto è cambiato

L’idea dietro #CivicHackingIT inizia a farsi strada nel 2016 e vede il lancio pubblico nel giugno 2017. Era un periodo dove il termine “civic hacking” veniva usato spesso in Italia, anche se con significati non del tutto coerenti. È quello che avevo iniziato a documentare nel post Civic hacking: come se ne parla negli anni e che avevo approfondito ancor di più nel post successivo Civic hacking: toc, toc è permesso?. Più approfondivamo e più abbiamo imparato cose che davamo per scontato. Era l’occasione cercata per imparare molti degli elementi alla base del funzionamento della democrazia in cui viviamo. Qualcuno potrebbe pure definirla una specie di educazione civica aggiornata al Ventunesimo secolo. Mentre noi capivamo meglio la natura della democrazia italiana in funzione della relazione che esiste tra democrazia e civic hacking, la democrazia in cui vivevamo cambiava. In peggio. Estremizzandosi. Più leggevamo approfondimenti, più la rabbia aumentava. Anzi, non solo quella. Pure molta frustrazione. Mi sentivo impotente in alcuni momenti. Così, piano piano, abbiamo sfruttato a nostro vantaggio anche la newsletter per provare a dare un contributo, magari piccolo, per riflettere e rilanciare temi che abbiamo ritenuto fondanti sia per il presente che per il futuro. Ma il civic hacking è un’animaletto sfuggente, lo stavamo scoprendo sempre di più. Riesce a dare il suo meglio quando la democrazia funziona bene: se si mette in pericolo la base allora si trasforma, diventa qualcosa di diverso. Il civic hacker ha il dovere di trasformarsi, ancora di più nella sua relazione con le istituzioni e con il resto della società civile. In alcuni momenti, lo ammetto, ho avuto delle difficoltà nello scegliere le priorità: dare il tempo per continuare il progetto #CivicHackingIT o tornare parte attiva, togliendo le vesti dell’osservatore e passare all’azione? Questa è ancora oggi la mia più grande debolezza. In un certo senso, è anche la spinta per terminare la fase che ci siamo immaginati all’inizio, quella del libro. Farlo oggi, in piena pandemia dove servirebbe rilanciare in maniera massiccia anche la forza della società civile, è ancora più difficile. Anche perché le esperienze stesse di civic hacking si sono via via sempre più polarizzate e scovarle è sempre più arduo, specie nella scala italiana.

2. Quanto è sostenibile una newsletter settimanale?

Sappiamo che la newsletter come strumento sta ritrovando una sua centralità nel panorama mediatico: ne avevamo parlato nel luglio 2019 quando abbiamo citato una delle mie newsletter preferite, quella di Carola Frediani — Guerre di Rete. Tutto dipende dagli obiettivi che ci si pone e dal rapporto tra investimento e ritorni sul progetto. Oggi l’archivio della newsletter ha una sua storia (con oltre 120 numeri inviati) e mi sembra che abbia raggiunto l’obiettivo iniziale che ci eravamo posti: quello di aggregare sotto un unico cappello molti dei temi vicini al civic hacking, facendo emergere maggiormente il contesto italiano. Una base esiste.
Di sostenibilità parlerà maggiormente Erika, io metto sul piatto alcune cose.

A. Il bias delle competenze e del genere: da potenzialità ad elemento di rottura

La sostenibilità passa da una corretta percezione del valore aggiunto di quello che si sta creando. Nel lancio del progetto #CivicHackingIT ho scritto:

Io ed Erika stiamo scrivendo un libro a quattro mani, dal titolo “Civic hacking: comunità informali, prototipi e Open Data“. Io con il cappello da tecnico, un passato strano, denso di tecnologia, comunicazione e attivismo; Erika laureata in filosofia e profonda conoscitrice delle scienze umanistiche che sopporta uno come me, anche nella vita […]

Non sono righe di testo tanto per riempire lo spazio. Da solo non mi sarei mai e poi mai buttato in un progetto editoriale di questa portata. Non è la mia zona di confort, anzi. Unendo le competenze e l’esperienza di Erika e del sottoscritto, ho sempre pensato potesse uscire qualcosa di utile. Grazie alla sinergia di entrambi, un lavoro alla pari. Sfidante perché portato avanti non solo che da due persone di genere diverso, ma anche da due persone che sono una coppia, che sono marito e moglie. Ho pensato che fosse una sfida in grado di superare vecchi stereotipi, ma non è stato sempre così. La questione di genere è spesso stata oggetto di discussioni interne e il pregiudizio sulla competenza ancor di più. Persone che, senza farci troppo caso, sminuivano il ruolo di uno o dell’altro, quando noi cercavamo sempre di porci portando il valore aggiunto condiviso dalla presenza di entrambi. Ripeto qualcosa che ho già detto più e più volte: uno dei più grando errori che si possono fare è quello di pensare al civic hacking solo come a qualcosa di fortemente connesso alla tecnologia e all’informatica. Lo è in molti casi, ma la sua natura ha più a che fare con la filosofia che con la tecnologia. È più importante porsi le domande giuste che trovare soluzioni tecniche all’apparenza ideali. Hackerare la società è qualcosa che vorrei fare cercando aiuto nella filosofia, non nella tecnologia, specialmente per definire meglio quello che voglio fare.

Eppure molte delle energie che potevamo dare al progetto in diverse occasioni le abbiamo dovute concentrare a chiarire i rispettivi ruoli verso l’esterno.

B. Se è lavoro, deve reggersi sulle sue gambe

L’idea iniziale dietro alla newsletter era che fosse utile a creare una piccola comunità di interessati al tema del civic hacking e darci la possibilità di condividere quegli spunti che scoprivano nel corso della stesura del libro. Era un investimento per poter posizionare meglio l’oggetto libro, quando fosse stato pronto. Poi, però, i tempi si sono allungati e abbiamo ripensato la newsletter un po’ come un progetto con una vita propria, rimettendo mano anche al sito. Quello che ci ha reso orgogliosi è che la newsletter stava andando pure bene: i tassi di apertura e i tassi di click erano assolutamente buoni, avevamo diverse interazioni con persone che non conoscevamo ma interessate all’argomento, che ci scrivevano commentando quello che era arrivato nelle loro caselle di posta. Pochissimi si cancellavano dalla lista. Lo sforzo, però, era notevole.
Io ero quello che aveva più difficoltà: potevo dedicarmi al progetto #CivicHackingIT nel tempo libero, quindi non era facile coniugare tutto assieme, specie quando volevo approfondire certe fasi di scrittura del libro dove dovevo documentarmi. La newsletter, con la sua cadenza settimanale, imponeva attenzione costante, anche se per il 90% è sempre stata sulle spalle di Erika. Così, abbiamo inserito il riferimento alle donazioni su PayPal, per vedere cosa succedeva. Abbiamo ricevuto diverse donazioni, in effetti. Ma nulla che potesse coprire il tempo speso per aggiornare il calendario editoriale, trovare delle fonti e amalgamare il tutto in tempo con la cadenza prevista di uscita. Così, in questo pazzo 2020, ci siamo guardati un po’ più in giro per capire come funzionava Patreon o come si poteva immaginare una campagna di crowdfunding attorno al progetto editoriale di una newsletter sul civic hacking in Italia. O ancora se la cadenza mensile potesse funzionare meglio, con un’elaborazione del contenuto più profonda. La risposta che abbiamo trovato è che lo stop fosse necessario. L’ambito del civic hacking è una micro-nicchia informativa: c’è davvero bisogno di qualcosa simile ad una newsletter che arriva con una cadenza regolare per parlarne? Il contesto ce lo permette?

Il futuro nasce su quello che abbiamo imparato dal passato

Ci piacerebbe sapere cosa vi è parso della newsletter di questi anni, almeno per chi si è trovato a leggerla. Se vorrete dircelo, ne saremo felici. Oltre che contattarci in maniera diretta, potete anche usare l’hashtag #CivicHackingIT per condividere le vostre impressioni. Chissà cosa potrebbe riservarci il futuro dopo la chiusura del libro: di sicuro, partiremo da quello che ci direte.


L’immagine della cover del post è Baloon ride over Calistoga di Mot the barber distribuita con licenza CC BY.