Come potrebbe essere usato lo strumento hackathon assieme al tassello degli Open Data per farci diventare maggiormente cittadini nelle città in cui viviamo?

Potrebbe diventare una pratica da far utilizzare anche agli architetti e nella pianificazione urbana?
E quanto è davvero utile creare servizi o applicazioni spesso isolate dal sistema in cui dovrebbero calarsi? C’è davvero un effetto sistemico che crea vantaggi, oppure no?



Il 2016 è stato un anno particolarmente intenso e colmo di esperienze interessanti.

Una delle ultime a cui ho avuto la fortuna di partecipare è stato l’hackathon Milano@work del 16 e 17 dicembre scorsi che si è tenuto in una freddissima Milano.
Ero tra i mentor dei ragazzi che partecipavano all’hackathon, come supporto esterno agli amici dell’associazione OnData (full disclosure: mi hanno chiesto una mano, pur non essendo io socio dell’associazione in realtà).

Prendo spunto da quell’hackathon per aggregare alcune idee sulla necessità di ripensare lo strumento hackathon nel riuso della PSI (Public Sector Information). Forse è il caso di porsi alcune domande. In un certo senso sono temi che avevo già affrontato in passato, ma lateralmente e in maniera più astratta:

Nessuna delle riflessioni qui sopra si era soffermata sullo strumento hackathon in quanto tale, specie perché in quegli anni forse era troppo presto per metterlo in discussione e perché io stesso ne avevo seguiti pochi o nessuno, magari.

Le domande che mi passano per la testa sono quelle inserite in apertura del post e sono ovviamente correlate al percorso che stiamo facendo con l’Open Government in questi anni anche in Italia.

Sono tutte domande aperte: non ho risposte, ma ho solo sensazioni e fatti sparsi, che metto sul piatto.

Vediamo se ha senso questo ragionamento, poco più di un flusso di coscienza. Magari torna utile anche per i civic hackathon che facciamo nella comunità di Spaghetti Open Data, che soffrono assai meno degli hype di altri contenitori visto che sono costruiti sul consenso della comunità.

Milano@work: cosa abbiamo imparato

Le foto e i video che Lorenzo Perone ha condiviso su Flickr parlano da sole: l’esperienza è stata molto coinvolgente per il clima che siamo riusciti a creare, tutti assieme. Perfino grazie ad amici che sono apparsi come meteore, senza preavviso :)

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Era pure il weekend prima di Natale, tipicamente uno dei periodi dell’anno in cui siamo tutti presi da altro, certo non dedicare un intero fine settimana a cose del genere, no?

Milano@Work

La partecipazione è stata elevata e lo si capiva anche dalle iscrizioni arrivate durante le settimane precedenti all’evento: io non me l’aspettavo di certo all’inizio.

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Ilaria Vitellio, vice-presidente di OnData e compagna di viaggio assieme a tanti altri amici sui temi Open Data e partecipazione per il Forum OGP, ha scritto una gran bella sintesi appena prima di Natale, da leggere tutta d’un fiato.


-> Apprendere dall’esperienza, suggerimenti per un hackathon

Milano@work è l’hackathon organizzato dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano con il patrocinio del Comune di Milano e il supporto dell’Associazione onData* nel quadro del progetto europeo OpenForCitizens (www.open4citizens.eu).

Alla maratona, che si è svolta il 17 e 18 dicembre, hanno partecipato 66 giovani (se ne erano iscritti oltre 120) che si sono organizzati in 11 Team di sviluppo e lavorato per 25 ore consecutive. Continuamente supportati dai mentor di onData, i partecipanti hanno dialogato con funzionari della pubblica amministrazione e cittadini che, sulla base alle sfide poste all’hackathon, esprimevano problemi e suggerimenti. Tre sfide a cui rispondere che articolano problemi relativi ai disagi quotidiani che i cittadini vivono in una “Milano che cambia”.

[…]

Proverò qui a riassumere il percorso di questa esperienza, organizzata in un tempo relativamente ristretto e da attori molto diversi (Università, Istituzioni, Associazioni) impegnati in una coprogettazione mobilitata dallo stesso orizzonte di risultato: non solo rispondere alle sfide poste, ma anche far emergere la domanda di dati aperti in grado di risolvere alcuni problemi urbani. L’intento è qui anche di restituire riferimenti utili a chi si accinge ad organizzare un hackathon con l’intenzione di non sfruttare la creatività e la competenza diffusa per propri fini e di incoraggiare la cultura dell’openness.

Non ripeto le ottime osservazioni di Ilaria, tutti punti fondamentali quelli lanciati nella seconda parte del post, li ripeto solo come elenco puntato, magari potrebbero tornarmi utili poi:

  • riconoscere che la partecipazione ha un costo, sempre, anche all’hackathon;
  • utilizzare l’hackathon per fare altro, ad esempio sostenere la trasversalità della cultura openness e della condivisione;
  • sfruttare l’hackathon come luogo di interazione e occasione di investimento reciproco.

Da non dimenticare che l’hackathon era solo un momento di un percorso più ampio, in questo caso specifico:

Milano@work interviene a valle di un processo di ascolto dei cittadini sulle problematiche relative ai cantieri in città. Un processo attivato dal Politecnico di Milano nell’ambito del progetto europeo OpenForCitizens. Ciò ha permesso non solo di definire le sfide sottoposte ai partecipanti, accompagnate anche da una varietà di bisogni dei cittadini (informazione, partecipazione, monitoraggio, etc.), ma anche l’incontro durante l’evento tra questi, i funzionari amministrativi e gli sviluppatori.

L’evento si è trasformato in un campo di incontro, di interazione tra competenze e abilità circoscritte in mondi generalmente lontani, generando condivisione di temi, problemi e opportunità.

E queste sono tutte cose da segnarsi: la presenza infatti di cittadini durante tutto l’evento, che andavano a stimolare le varie squadre, riportando i partecipanti a ragionare sull’impatto reale di quello a cui stavano lavorando (e non solo sui deliri potenziali di onnipotenza tecnologica di uno o dell’altro) è sicuramente una buona pratica da mantenere.

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Nella foto qui sopra ad esempio, mi trovavo in una delle squadre con un cittadino che poneva il giusto senso delle priorità alla squadra, raccontando il proprio punto di vista sul lavoro che stavano facendo. Un aspetto da includere sicuramente nella buona progettazione dei civic hackathon.

In ultimo, il modello adottato da Milano@work prevedeva che i vincitori dovessero poi completare lo sviluppo del prototipo entro i 60 giorni successivi all’evento, inserendo anche il dettaglio di spesa del premio (8000€).

Una metodologia molto simile a quella che avevo adottato a suo tempo per un altro hackathon all’interno di un progetto europeo, che è un ottimo compromesso per rendere l’hackathon un tassello di qualcosa di più sostenibile e maturo nel tempo.

Una delle mie intuizioni che vorrei testare prima o poi è collegare la challenge/contest della tipica durata di 4-6 mesi con alcuni hackathon a tappe da inserire durante il percorso per rafforzare un lavoro che è in corso di realizzazione favorendo la contaminazione tra le squadra probabilmente diffuse nel territorio. Questo potrebbe essere un modello di riferimento da testare su una determinata scala (meglio nazionale, ma anche la grande città potrebbe beneficiarne) in un dato intervallo di tempo.

Un altro elemento vincente è quello di sfruttare l’hackathon come fucina di selezione e di contaminazione, senza aspettarsi un risultato davvero usabile alla fine del weekend, ma l’inizio di un piccolo progetto che possa rispondere maggiormente alle sfide poste all’inizio ai partecipanti.
Qualcosa che rende l’hackathon molto più affine alle pratiche di Open Innovation forse.

Contaminarsi con il backend della città è possibile?

Alcuni vincoli dell’evento in questione dipendevano dalla cornice in cui ci si muoveva, il progetto europeo.
E se potessimo cambiare il punto di vista, allargandolo?

Dal punto di vista del cittadino oggi l’hacking che arriva dal basso, dal cittadino, è lo stesso urban hacking che troviamo in questa vecchia presentazione di Gigi Cogo:

Può essere facilitato grazie alle piattaforme online, ma dipende dall’educazione civica e dalla sostenibilità del suo apporto alla dimensione cittadina nel tempo. Da quei famosi costi di partecipazione che anche Ilaria accennava nel post pubblicato su ondata.it.

E’ qualcosa che va gestito e incluso nei processi e nella governance della città. Ma tutto parte dai dati, quelli che ci sono e si trovano e quelli che invece mancano: due facce della stessa moneta.

Perché il dominio di conoscenza e la facilità di accesso ai dati che parlano di trasformazioni urbane è una delle barriere all’ingresso per giocare.

Cosa sono i cantieri per il cittadino? Cosa significa la parola cantiere all’interno della macchina amministrativa del Comune? Cosa si intende per trasformazione urbana?

C’è un problema di mappatura condivisa, una questione semantica relativa ai dati, spesso considerati solo come mero pezzetto tecnico da cui partire. Una mappatura comprensibile e riusabile per ridurre la barriera all’ingresso nella comprensione del mondo di cui si parla potrebbe essere un obiettivo vero e proprio di un hackathon che aiuti la comprensione della città stessa.

Ne parlo perché nelle settimane precedenti l’evento ho documentato al meglio i dati che venivano messi a disposizione, assieme a Marco Montanari in una guida introduttiva che raccoglieva una sorta di legenda dei dati iniziali (quali metadati c’erano, la numerosità dei dati per tipologia, etc.) Visto il tema (si parlava di cantieri e delle trasformazioni urbane) il dato da cui partire erano le pratiche edilizie.

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Già solo capire esattamente la tipologia del dato e del dominio non era banale, ma soprattutto serviva del tempo per approfondirlo.

La conseguenza diretta è che le varie squadre partecipanti all’hackathon hanno considerato quei dati leggendoli attraverso le lenti degli assi informativi più semplici da trattare. Ovvero indirizzi che indicano luoghi, date che possono diventare dettagli di una timeline interattiva, e via così.

I luoghi diventano coordinate geografiche da visualizzare naturalmente su mappa e altri campi semplici filtri per navigare i dati. Tutte soluzioni facilitate dalla tecnologia che sono veloci da adottare e che toccano davvero poco la gestione della trasformazione urbana che impatta maggiormente su processi e attori spesso poco conosciuti piuttosto che sui dati, che sono solo uno dei risultati di quella complessità dietro alla gestione e alla vita della città che viene persa per strada e messa sotto il tappeto.

Come faccio a ragionare sul problema delle trasformazioni urbane se nessuno mi racconta e mi mostra in maniera comprensibile come la città oggi gestisce e crea tutti i dati attorno a quel preciso tema?

Sono il solo a pensarlo?

Soluzionismo contro complessità

Cercando su Google la combinazione hackathon + urbanism, sono finito in questo post del 2012 che trovo particolarmente utile leggere, compresi i commenti. Parzialmente rafforza ancora di più i miei dubbi iniziali: (i grassetti sono sempre miei)

-> On Hackathons and Solutionism

The inherent ‘solutionism’ of hackathons and app contests has contributed in part to a rising wave of criticism against the model.
[…]

One idea that seems to be gaining currency is to spend less time developing new applications that never seem to reach scale, and more time building communities around certain data sets.

[…]

Bringing together diverse actors — including private sector, public sector, activists and technologists — to make sure that there is a purpose behind the data is the model of the “datapalooza,” which White House CTO Todd Park has been evangelizing for the past couple years. The starting assumption isn’t that there is an app or gadget that can fix complex social problems, but rather that there is value in bringing together diverse actors to contemplate the stories and social issues that lie out of plain sight in large datasets.

Dai commenti merita citare Tom Steinberg (CEO di Mysociety.org):

Somewhere along the line the true and important story that ‘you can now produce relatively amazing things in just a few hours’ has morphed into ‘we can actually solve all our problems with code hacked in a weekend’. I don’t know who bent the message, but it’s a real shame it happened.

Ma quello davvero tosto è l’ultimo presente nella pagina:

One approach that I’ve advocated before is the concept of Cities creating microtasking portals and innovation bounties.
As I mentioned in my comment to Matthew Hall’s post titled “Can Crowdfunding Kickstart Urbanism?“:

“They should combine civic crowdfunding with micro-tasking. That is, cities have big IT backlogs and for microprojects of less than 5-10 thousand dollars, city governments should put it out for microtasking minus the expensive RFP/contractor process.
This will seed the civic crowdfunding marketplace – while saving taxpayer money, engaging citizens, spurring economic activity, and growing the local tech community, all at the same time.
Another idea is to have an innovation bounty.

That is, if citizens find some innovation based on the Open Data published by the city, 5% of the savings realized by that insight/innovation goes back to the citizen/business who thunk up the idear and implemented a working prototype.
And interested citizens and local businesses can kick in some additional funds for both micro-tasks and bounties.
And unlike Kickstarter, citizens and local businesses can nominate their own micro tasks and bounties as well – so its not just people who want to do projects pitching.”

Il fenomeno hackathon che si è diffuso molto anche in Italia in questi ultimi anni è stato spesso orientato al soluzionismo veloce e inconsapevole che riduce la complessità del mondo in cui viviamo.

Quelle proposte inserite nel commento qui sopra sono molto interessanti: microtask già a calendario dal Comune frutto di processi complessi inseriti all’interno della governance cittadina o premialità come l’innovation bounty sono effettivamente idee intriganti che non rimuovono quella complessità che il soluzionismo estremo del modello hackathon invece ha spesso perso per strada.

Sarà che la complessità è uno dei mondi di riferimento quando si parla di civic tech, e ne abbiamo parlato anche durante la scuola di Tecnologie Civiche di novembre 2016: sicuramente un tassello da non dimenticare mai, al di là dei dettagli implementativi dell’hackathon.

Dal soluzionismo all’hacking delle policy, al Workathon

Altro spunto, più recente, arriva da “Hacking the Hackathon“:

At Open Austin, we thought we could make a better hackathon, and with the help of city officials and local volunteers, we set out to try something new. For the 2015 Civic Hack Summit, instead of asking volunteers to develop an app from start to finish, we asked them to identify community needs and build plans around those needs for a long-term project. Many of the plans were for apps and websites, but volunteers also identified the need for policy research and user-interface standards.

Sono tutti elementi di quel modo di dialogare con le istituzioni parte di quel mantra “Government as a Platform“ lanciato da O’Reilly, che ha un suo senso tutto sommato.
Stando attenti al giusto modello da adottare ovviamente, come emerge da “Government as a platform, or a platform for government? Which are we getting?“:

Where a progressive convergence on open standards (standard business rules, open architecture) constitutes the DNA for digitally enabled GaaP, a primary focus on open source (bespoke technology, closed architecture) constitutes the DNA for PfG.

Government as a platform or Platform for government scheme

E il commento all’articolo che cade a fagiolo:

However his observation is right “….the openness promised by digital and GaaP never makes it beyond the level of technology to anything more democratically substantive – and the possibility for happier, really cost-effective public service is lost for another generation.”

Digitisation is not about technology it is about supporting people (civil servants and public) to efficiently achieving the desired outcome.
It is all about people something GDS and other IT driven people have never really recognised and “user needs” is not enough to truly understand. Next generation software now addresses this in totality recognising real need for both customisation and constant change at the frontline where people work. But Government have virtually no research capability to understand and so ”technology” complexity still rules servicing many vested interest internal and external meanwhile public pay the price…..

Policy, standard condivisi e tecnologie open che però devono includere in maniera diversa le persone, che devono tornare al centro del processo. Tutte dimensioni molto politiche spesso semplici attori di secondo piano, che invece potrebbero diventare obiettivi di primo piano dei contest e di civic hackathon, specie in quei momenti in cui certe filiere ipotizzate non riescono ad emergere in maniera naturale.
Come sta succedendo in Italia, data la complessità e la frammentazione della governance del livello degli Open Data tra governo centrale e livelli amministrativi territoriali.

Uno degli elementi che potrebbero diventare oggetto di un hackathon orientato a costruire uno standard implementativo più condiviso è lo schema pubblicato a pagina 26 delle Linee Guida per la Valorizzazione del Patrimonio Informativo Pubblico 2016 da AGID:


Architettura dell'informazione del settore pubblico

Come tradurlo in maniera più operativa per una PA, magari partendo da esperienze di modellazione condivisa che lavorano già oggi su aggregazioni di comuni con un approccio bottom-up che potrebbe essere complementare a quello abbozzato da AGID in quello schema? (parlo delle oltre 200 classi di oggetto modellate dal progetto ComunWeb qui in Trentino)

Qualcosa che nello schema GaaP mostrato sopra corrisponda davvero alla voce “Active co-creation of services” abbinata a degli open standard (intesi come implementazioni degli standard del W3C, ad esempio).

Il punto di vista della Web Foundation nel commento “Open Data Day – Hackathons are the spark, but citizens are the slow burning flame“ dove riprende gli Open Data Day e parla della deriva rischiosa del soluzionismo presente negli hackathon:

Hackathons support the Web Foundation’s principles of establishing the open Web and open data as a public good and a basic right. Also, hackathons may be getting established in “developed” countries, but in many developing countries, the concept of getting access to government data, coupled with resource-constrained governments, provides fertile ground for technically trained, creative individuals to see data afresh and what can be done with it.

For example, while not a hackathon, at our regional agenda setting workshop in Jakarta earlier this month, we had a break-out session of research and innovation ideas. The ideas put forward included a transport app for Jakarta public transport, mechanisms for parents to access and discuss school performance data, and automating primary health centre data flows to central government.

Obviously, there is much more to open data than hackathons. Writers like David Sasakiand Evgeny Morozov make key arguments as to why hackathons should not take on a “solutionist mindset”. At the Web Foundation, we believe in-depth and sustained research, innovation, training and engagement are part of the answer, such as through our Open Data Barometer, Open Data Research Network and Open Data in Developing Countries research programme. We are working with partners to deliver training programmes in open data.

The key to open data is long-term, lasting change. Hackathons are the spark, but government commitment, proactive “open data intermediaries” (like civil society organizations, journalists and other champions) and citizens, are the slow burning flame.

We believe this is integral to our Right to Data approach and our mission to achieve increasingly transparent, accountable and participatory governance.

Mi ritrovo perfettamente: l’hackathon quindi come potenziale strumento per ripensare le policy, accelerare e attivare elementi di quella filiera dell’ecosistema degli Open Data che per qualche motivo tardano a prendere un ruolo attivo, sia su scala nazionale che su quella locale.

Ecco un obiettivo interessante da coltivare.

Quello degli “Open Data intermediares” è un ruolo graficamente ben rappresentato nel post “Why open data needs to be “Citizen literate

Open Data stakeholders

A citizen literate data infomediary isn’t one that just knows how to use data — its one that understands how citizens can effectively use data to be part of a decision making process.

Chiudo con un’ultima suggestione: la gestione dei rifugiati in Europa, un tema complesso e profondo.

Pur non essendo direttamente collegato al riuso degli Open Data e della PSI, lo spunto di trasformazione dello strumento hackathon presente in questo post “HACKATHONS AND REFUGEES: WE CAN DO BETTER.“, è simile a quei micro-tasks citati poco sopra.

Lo riprendo qui:

Workathons: the idea that Might Just Work

In an average hackathon we might get 15-20 highly trained individuals ready and willing to provide their time and skills towards fixing a problem. In a nutshell, that’s what we’re asking people to do: throw design, code and copy at a problem until it’s fixed. So, instead of throwing them into a black hackathon hole of sexy-sounding zombie projects, how about we ask earnest hopefuls to do what they do best — and get paid for it?

Here’s my idea: an event where participants complete actual jobs for companies, and all the earnings go to organisations helping refugees. Do what you’re good at to generate money for real solutions to real problems.

Dove ci porta tutto questo

Non lo so, ma ci sono ottime idee da testare: il riuso degli Open Data da mero obiettivo che non riusciamo a raggiungere possono diventare un elemento di un mondo ben più ampio. Gli stimoli per provare ad affrontare quella complessità che ci circonda in maniera diversa non mancano di certo. Il riuso dei dati non dovrebbe essere l’obiettivo, ma solo un mezzo per un fine ben più alto.
Comprendere il mondo che ci è attorno per poterlo migliorare o semplicemente capire, ad esempio.

Alla fine ho la sensazione che la comunità di Open Data Sicilia stia toccando e affrontando molti degli spunti aggregati in questo post, in maniera forse inconsapevole. La storia e la contaminazione che stanno portando avanti gli potrebbe permettere di diventare un modello da cui partire.

Forse non è un caso che ci sia anche Palermo nella collaborazione che sta avviando Diego Piacentini con il Team Digitale e diversi comuni italiani, con spunti e azioni che riprendono l’importanza degli standard e delle comunità con cui dialogare.

-> “Al via la collaborazione operativa tra il Team Digitale e i Comuni di Bari, Firenze, Milano, Palermo, Roma, Torino e Venezia

Community – Giovanni Bajo, Relazione Sviluppatori: Cambiamento del modo in cui lavora la Pubblica Amministrazione, utilizzando standard e software aperti, e realizzando API documentate pubblicamente, non con un linguaggio giuridico ma tecnico, intorno alle quali poter coinvolgere una community di sviluppatori che crei innovazione.